venerdì 1 maggio 2009

Una tesi di laurea sulle formulazioni 'neutre'

Riceviamo e pubblichiamo volentieri.

La mia tesi, intitolata “Pregiudizi e stereotipi sessisti e razziali. Una verifica sperimentale attraverso la lettura di articoli di cronaca”, si propone di analizzare gli stereotipi, razziali e sessisti, e di verificarne la presenza in un gruppo di soggetti, tramite un’indagine sperimentale.

Dopo un’introduzione teorica, ho cercato di creare una metodologia che permettesse di valutare l’eventuale presenza di stereotipi nel corso della lettura di articoli di cronaca e il ruolo del linguaggio nel veicolarli.

Metodologia
Lo studio è stato condotto grazie alla collaborazione di 40 persone, di cui 20 donne e 20 uomini, in possesso di diploma di scuola superiore, di un’età media di trentatre anni per gli uomini e trentanove per le donne, di nazionalità italiana ed esercitanti tutti la stessa professione (impiegati nella pubblica amministrazione). Queste persone sono state scelte con l’obiettivo di avere un campione omogeneo per estrazione sociale e culturale. La ricerca si è svolta nel mese di gennaio 2009 a Milano.

In questa sede, descriverò soltanto la parte del mio lavoro relativa allo studio dei pregiudizi sessisti.

Ho scelto un articolo recente (fonte: Corriere della Sera. 19 dicembre 2008 http://archiviostorico.corriere.it/2008/dicembre/19.shtml), in cui si descrive una nuova tecnica neurochirurgica sperimentata da due medici, una donna e un uomo. Il mio scopo era di indagare gli stereotipi professionali di genere, cioè valutare l’eventuale presenza di pregiudizi legati al sesso dei protagonisti in rapporto alla professione in esame e al tipo di scelte linguistiche adottate nell’articolo.

I due medici protagonisti, infatti, sono una donna e un uomo, ma, nell’articolo originale, l’unico indizio che permetta l’identificazione del sesso dei due protagonisti è il nome personale, citato tra l’altro una sola volta, di passaggio, in una tipologia di testo che di solito viene letta molto cursoriamente; in tutto il resto dell’articolo viene utilizzato il maschile plurale generico, come illustro di seguito:

1. unica citazione dei nomi per esteso, da cui si può inferire il sesso dei protagonisti: “l’equipe medica guidata dai neurochirurghi Sergio Canavero e Barbara Massa Micon…”;

2. tipologia delle altre strategie referenziali: “l’annuncio dato ieri mattina da Canavero e Massa Micon…”; “i chirurghi”, “i due neurochirurghi Canavero e Massa Micon”, “i neurochirurghi torinesi”

Per quanto l’uso del maschile generico sia previsto e legittimato dalla grammatica, la letteratura di genere lo critica perché non rende identificabile il genere e ‘nasconde’ le donne dietro un uso del linguaggio che è retaggio di una cultura maschilista.

Il testo dell’articolo è stato, dunque, modificato eliminando la citazione per esteso dei nomi, ma lasciando invariato tutto il resto, per valutare se il maschile plurale generico potesse far ipotizzare, alle lettrici e ai lettori da me coinvolti nel progetto, la presenza di una protagonista femminile. Ipotizziamo, per non averla ancora sperimentalmente verificata, che la strategia comune prevede, in qualche modo, l’esplicita citazione della donna eventualmente presente in un gruppo cui ci si riferisce attraverso il maschile plurale generico. E’ anche vero, tuttavia, che si trovano anche diciture maschili, in alcune tipologie di testi, che non prevedono ulteriori specificazioni (dal medico, i bambini, gli studenti).

Abbiamo suddiviso i partecipanti in due gruppi di 20 persone ognuno (di cui 10 donne e 10 uomini). Ai due gruppi sono stati richiesti due compiti diversi, da eseguire dopo la lettura dell’articolo:

  1. un gruppo doveva completare una scheda anagrafica sui protagonisti degli eventi, inventando i dati mancanti, ma in modo compatibile con quanto esplicitamente emerso dagli articoli (I dati da inserire erano: età; nazionalità; sesso; professione).

  2. l’altro gruppo, doveva associare, ad ogni personaggio descritto nell’articolo, un volto tra quelli proposti attraverso una serie di fotografie, di donne e uomini, compatibili con i profili dei protagonisti (ho mostrato cinque fotografie di medici di sesso femminile e cinque di medici di sesso maschile, tutti ritratti con il camice bianco). In questo caso, mostrando le fotografie, ai soggetti veniva dato indirettamente un “suggerimento” sul sesso dei medici dell’articolo e quindi un dato particolarmente sensibile ai fini della ricerca. Lo scopo di questo secondo esperimento era vedere se, stimolati dalle informazioni in più fornite indirettamente attraverso le fotografie, i soggetti facevano scelte diverse rispetto ai soggetti del primo esperimento.

Finalità dello studio
Mi sono chiesto:

  1. l’uso del maschile generico è davvero tale? Cioè impedisce o meno l’ipotesi, da parte delle lettrici e dei lettori, che dietro la forma maschile siano presenti protagoniste femminili?

  2. Le lettrici o i lettori si comportano diversamente di fronte all’interpretazione del maschile generico?

  3. La presenza di immagini di probabili protagoniste e protagonisti influenza, e in che direzione, le scelte delle persone intervistate?

  4. Le statistiche sono alla base dell’interpretazione data dalla maggioranza delle persone intervistate?

Esiti dello studio
Le risposte date sono riassunte di seguito:

  1. senza vedere le foto, il 95% delle donne e il 95% degli uomini ha risposto che entrambi i medici erano uomini; soltanto, dunque, una minima percentuale, pari al 5%, sia tra le donne che tra gli uomini, ha detto che uno dei due medici poteva essere una donna;

  2. la percentuale è cambiata mostrando le foto: in questo caso, il 40% delle donne e il 20% degli uomini ha risposto che tra i dei due medici poteva esserci una donna;

  3. la differenza tra partecipanti donne e partecipanti uomini del fornire le risposte, è emersa dunque solo nel secondo esperimento.

Proposte di analisi dei dati emersi
Nell’articolo originale non ci sono indicazioni sull’età dei due neurochirurghi (Sergio Canavero ha 44 anni, Barbara Massa Micon 39, fonte:
www.edizioniclandestine.com/autori/canavero.htm), tuttavia, da altre indicazioni del testo, i venti soggetti che hanno completato la scheda anagrafica, hanno attribuito ai medici un’età media di 44 anni (43 anni la media delle risposte dei dieci soggetti maschili, 45 anni la media delle risposte dei dieci soggetti femminili).

Le statistiche dicono che ad essersi iscritte nel 2008 al primo anno delle facoltà di medicina italiane sono 4317 donne su un totale di 7673 studenti: 56 su 100, la maggioranza. Se si considerano le persone in attività in ambito chirurgico, divise per fasce di età, si nota che:

    • tra i 25 e i 29 anni la percentuale delle donne è del 63,4%

    • tra i 30 e i 34 anni del 59,6%

    • tra i 35 e i 39 del 51,9%.

Il calcolo dettagliato fa parte di una relazione di Maurizio Benato, vicepresidente Fnomceo, la federazione che riunisce tutti gli Ordini dei medici d’Italia (fonte: www.medicinaepersona.org/articolo/300608.pdf).

Le riflessioni che ho tratto dagli esiti delle interviste, riguardo all’uso del maschile generico nel caso della professionalità e del testo esaminati, sono i seguenti:

  1. di fronte all’uso del maschile generico, nel primo tipo di compito, solo il 5% degli uomini e 5% delle donne ipotizza la presenza di una donna;

  2. con l’ausilio delle foto, soprattutto tra le donne è aumentata la percentuale delle persone che ipotizzavano fosse coinvolta una donna (40%);

  3. per quanto riguarda l’immaginario collettivo, sembra esserci un condizionamento non motivato dalle statistiche, almeno per quanto riguarda la fascia d’età coinvolta nell’articolo utilizzato per l’esperimento.

Conclusioni
La conclusione che si può trarre è dunque che, come consigliava già la linguista Alma Sabatini, e con lei le altre studiose e gli altri studiosi, l’uso del maschile generico è sconsigliato.

Il mio contributo credo dimostri che questa attenzione all’uso del linguaggio non sia motivata solo da ragioni ideologiche di una (legittima) richiesta di parità linguistica, ma anche dal fatto che, alla prova dei fatti, il maschile non viene elaborato dai lettori come ‘generico’ cioè inclusivo anche delle donne, ma, almeno nel caso da noi esaminato, come un maschile tout court.

Studi ulteriori
Altre prove sperimentali, come quelle che riassumo di seguito, potrebbero ulteriormente approfondire questo risultato, permettendoci conclusioni e generalizzazioni più forti:

  1. confrontare le risposte qui discusse con quelle fornite dalle lettrici e dai lettori dell’articolo originale (in cui la specificazione di genere compare, ma una sola volta e attraverso la citazione del nome proprio);

  2. studiare gli effetti, nei lettori e nelle lettrici, dell’uso del maschile generico, singolare e plurale, nei testi in cui questo è normalmente in uso senza mai essere sottospecificato (‘gli studenti, ‘dal ginecologo’, ‘il tuo bambino’, ‘io bimbo’, etc.);

  3. studiare gli effetti di strategie alternative più esplicite e informative in relazione anche alle diverse tipologie di lettura dei diversi tipi di testo (ad es. “l’equipe medica guidata dai due neurochirurghi, un uomo e una donna, Sergio Canavero e Barbara Massa Micon…”).

Spero che la lettura di questo breve resoconto della mia tesi sia di vostro interesse e che possiamo stabilire un confronto per approfondire il discorso sulle verifiche sperimentali del ‘sessismo linguistico’ e sulle proposte di ‘cambiamento’ dell’uso linguistico, ove necessario e nella direzione più funzionale.

Chi fosse interessata/o ad altre informazioni o avesse suggerimenti e discussioni, mi trova all’indirizzo mail :

pierzh@email.it

Pierpaolo

3 commenti:

  1. Il punto è che ogni tentativo di dribblare il neutro per evitare la confusione col maschile è innegabilmente goffo. Nel caso specifico è inutile specificare il sesso, ci pensano già i nomi. In ogni caso, anche aggiungere apposizioni del tipo "uomo" o "donna" indurrebbe a pensare che il sesso del protagonista abbia qualche ruolo importante nella notizia, cosa che non è. Se poi i soggetti hanno pensato che i due neurochirurghi fossero entrambi uomini la spiegazione è spietatamente semplice: nella loro mente hanno compreso il neutro ma hanno anche il concetto (vero?) che sia un mestiere praticato in larga maggioranza da uomini

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  2. ...come arrampicarsi sugli specchi: complimenti sublime esempio di maschilismo, quantomeno linguistico.
    da quali testi è stato ricavato il concetto di su cosa c'è nella "loro" mente?
    E' esattamente lo stereotipo inculcato nella "loro" mente che noi vorremmo cercare di cambiare.

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  3. @Marco B. sono daccordo che specificare i sessi darebbe rilevanza al sesso laddove e' irrilevante.

    dici:
    "ma hanno anche il concetto (vero?) che sia un mestiere praticato in larga maggioranza da uomini"

    il "concetto" che la chirurgia sia praticata in maggioranza da uomini e' contraddetto dai dati: la maggior parte e' composta da donne (vedi dati nell'articolo).

    il fatto che nonostante questi dati c'e' ancora tendenza a credere il contrario, dimostra che il linguaggio e in genere la cultura sessista hanno ancora un'incidenza molto forte.

    sono d'accordo sull'uso del nome proprio, usare il nome proprio, quando e' il nome adottato dalla persona stessa, e' espressione di rispetto e umanita' a prescindere dal genere in cui la persona si identifica.

    questo post non usa maschile generico: credo che e' sempre possibile usare un "personale generico" senza goffaggine.

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