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martedì 4 dicembre 2018

consiglio di lettura

Che genere di lingua? Sessismo e potere discriminatorio delle parole (a cura di Maria Serena Sapegno), ed Carocci. 2010

domenica 10 gennaio 2010

Mi fai male... di Giuliana Giusti, Susanna Regazzoni

edizione cafoscarina: http://www.cafoscarina.it/default2.asp

La violenza contro le donne si estende a tutte le popolazioni, le culture, le classi, le etnie, i livelli di istruzione, di reddito e tutte le fasce di età. Si tratta di un fenomeno che appartiene più alla normalità che alla patologia e riguarda uomini e donne di tutti gli strati sociali e culturali. Si definisce come violenza di genere in quanto legata allo squilibrio esistente nelle relazioni tra i sessi e al desiderio di controllo e di possesso che spesso c’è negli uomini verso le donne.
Nel 2008, in occasione del 25 novembre, giornata internazionale ONU contro la violenza sulle donne e dell’anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, alcuni comitati aderenti alla Conferenza Nazionale dei Comitati Pari Opportunità delle Università italiane hanno promosso iniziative sul tema della violenza nei confronti delle donne. In tal senso, il CPO di Ca’ Foscari ha organizzato il convegno Mi fai male… Contro la violenza alle donne, una rassegna cinematografica e un concorso letterario rivolto alle studentesse e agli studenti dell’Ateneo dallo stesso titolo. Il presente volume della collana “Materiali e Studi”, raccoglie gli atti di quella giornata.

martedì 13 ottobre 2009

ancora bibliografia

Bibliografia sul linguaggio sessuato

http://www.cdsdonnecagliari.it/?Title=Bibliografia-sul-linguaggio-sessuato&PID=76
BERRETTA Monica, “Per una retorica popolare del linguaggio femminile, ovvero: la lingua delle donne come costruzione sociale”, in F. Orletti (a cura di), Comunicare nella vita quotidiana, Il Mulino, Bologna. 1983.
BOCCIA Valeria, Il filo del discorso, in: "Memoria", n. 19-20, 1987, pp. 134-141.
BUZZATI Gabriella, Salvo Anna, Il corpo-parola delle donne, Milano, Raffaello Cortina, 1998
CODOGNOTTO Piera et al. (a cura di), Linguaggio sessuato: soggettività parole pratiche significati contesti, Rete Lilith- FILI, Libreria delle donne, Firenze, 1991
CIXOUS Hélène, Le sexe ou la tete?, sta in : "Le Cahiers du Grif", n.13, 1976, pp. 5-15.
GAIOTTI DE BIASE Paola, Quando il linguaggio diviene ideologico, sta in. "Reti", n.5 (sett-ott), 1990, pp.24-27
GALLI DE’ PARATESI Nora, Le brutte parole. Semantica dell’eufemismo, Giappichelli, Torino, 1964
GHENO, Vera, Femminili singolari. Il femminismo è nelle parole, Firenze, Effequ, 2019.
IRIGARAY Luce, Speculum. L’altra donna, Milano, Feltrinelli, 1975.
IRIGARAY Luce, Parlare non è mai neutro (1985), Roma, Editori Riuniti, 1991
LEPSCHY Giorgio, Nuovi saggi di linguistica italiana, Bologna, Il Mulino,1989.
MAGLI Ida, “Potere della parola e silenzio delle donne”, in DWF, n. 2, 1976
MAGLI Patrizia, Le donne e i segni, Urbino, Il lavoro editoriale, 1985
MARCATO G., Donna e linguaggio, Atti del convegno internazionale di studi Sappada-Plodu, 1995, Cleup, Padova, 1995
MIZZAU Marina, Eco e Narciso. Parole e silenzi nel conflitto uomo-donna, Boringhieri, Torino, 1979
MURARO Luisa, Maglia e uncinetto: racconto linguistico politico sull'inimicizia tra metafora e metonimia, Milano, Feltrinelli, 1981.
PERROTTA RABISSI Adriana¸ PERUCCI Maria Beatrice (a cura di), Perleparole. Le iniziative a favore dell'informazione e della documentazione delle donne europee, Atti del convegno internazionale del centro di studi storici sul movimento di liberazione della donna in Italia, Utopia, Roma 1988
PERROTTA RABISSI Adriana, PERUCCI Maria Beatrice, Linguaggiodonna. Primo thesaurus di genere in lingua italiana, "Bollettino del Centro di studi storici sul movimento di liberazione della donna in Italia", 1991, 6. Numero monografico.
PERROTTA RABISSI Adriana, Parlare e scrivere senza cancellare uno dei due sessi, in Chiti Eleonora (a cura di), Educare ad essere donne e uomini. Intreccio tra teoria e pratica, Torino, Rosenberg & Sellier, 1998
PERROTTA RABISSI Adriana, Donne di parole, in “Scuola ticinese”, a. XXXII, serie III, gennaio-febbraio 2003, n. 254
ROSSI Rosa, Le parole delle donne, Editori Riuniti, Roma, 1978
SABATINI Alma, Il sessismo nella lingua italiana, Roma, Presidenza del Consiglio dei Ministri, Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, 1987
SPENDER Dale, Man made language, Pandora, 1991
VIOLI Patrizia, L’infinito singolare. Considerazioni sulle differenze sessuali nel linguaggio, Verona, Essedue, 1986.
YAGUELLO Marina, Le parole e le donne, Lerici, Cosenza, 1980
ZAMBONI Chiara, Parole non consumate. Donne e uomini nel linguaggio, Napoli, Liguori, 2001

martedì 2 giugno 2009

La lingua è neutrale rispetto ai sessi?

Pubblichiamo parte di un interessante articolo suggerito da un'amica, per leggerlo in modo completo clicca sul link

La lingua è neutrale rispetto ai sessi?
Alcuni elementi per il concetto di comunicazione sessuata

di Adriana Perrotta Rabissi

Tratto da: Parlare e scrivere senza cancellare uno dei due sessi . In: Educare ad essere donne e uomini: Intreccio tra teoria e pratica. A cura di di Eleonora Chiti. Torino: Rosenberg e Sellier, 1998. [adattato dall'autrice per un'intervento all'Istituto Pedagogico Svizzero, Lugano, novembre 2001]

Molte donne e la maggioranza degli uomini, richiamandosi alla natura convenzionale della lingua, danno per scontato il consenso al codice da parte della comunità delle/dei parlanti, sottovalutandone la portata simbolica e la conseguente necessità della sua sessuazione.

A me interessa sottolineare il fatto che un certo modo di parlare, appreso fin dalla prima infanzia, e, in quanto tale, percepito comunemente come un fatto naturale, e non storicamente determinato, diventa per automatismo un certo modo di pensare che nel nostro caso comporta una svalorizzazione del femminile, inteso come complesso di qualità, caratteristiche psicofisiche, disposizioni, atteggiamenti, comportamenti, aspettative e sentimenti ai quali dovrebbero conformarsi le donne reali secondo i canoni della nostra attuale educazione di genere. Infatti la funzione modellizzante della realtà propria della lingua umana fa sì che le rappresentazioni sociali in essa sedimentate si traducano, a livello del senso comune, in forme obiettive di conoscenza

E' stato opportunamente osservato che il rifiuto di molte e molti ad affrontare questi temi, bollati come irrilevanti, è dovuto piuttosto alla difficoltà di accettare il fatto che non solo noi parliamo una lingua, ma che contemporaneamente siamo parlati da questa e dai pregiudizi inscritti in lei .

Lingua e ordine simbolico La lingua non solo rispecchia l'ordine culturale e sociale in cui viviamo, ma dà forma alla realtà determinando il modo di pensare delle/dei parlanti, perché sono depositate in lei le categorie di percezione e classificazione del nostro mondo interno ed esterno e della nostra relazione con esso.

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martedì 28 aprile 2009

Alcuni riferimenti bibliografici

Segnaliamo alcuni riferimenti bibliografici che ci proponiamo di aggiornare anche con il vostro aiuto: se conoscete altri riferimenti saremo felici di pubblicarli.
Gli studi più numerosi sono stranieri, a riflettere l'interesse che questo aspetto del linguaggio e del sociale riceve in molti Paesi.

I testi seguono in questo ordine: prima i testi sull'italiano (a partire dai più recenti), poi alcuni in altre lingue.

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Robustelli C. (2007), Il genere femminile nell'italiano di oggi: norme e uso (conferenza presso la Direzione Generale per la Traduzione della Commissione Europea).

Robustelli C. (2007), Il genere femminile nell'italiano di oggi: norme e uso (vedi 1.1):
http://reterei.eu/gruppi/guida.htm#cap2

Lepschy A. et al. (2001), "Lingua italiana e femminile", Quaderns d’Italià: 9-21.

Orletti, Franca (2001), "Il genere: una categoria sociolinguistica controversa", in Orletti, Franca, Identità di genere nella lingua, nella cultura, nella società, Roma, Armando Editore: 7-19.

Robustelli C.(2000), ‘Lingua e identità di genere’, SILTA, XXIX, 507-527 (anche in Saperi e libertà (2000), a cura di E. Serravalle, Progetto Polite, Associazione Italiana Editori, Milano: 53-68).

Adriana Perrotta Rabissi (1998): Parlare e scrivere senza cancellare uno dei due sessi . In: Educare ad essere donne e uomini: Intreccio tra teoria e pratica. A cura di di Eleonora Chiti. Torino: Rosenberg e Sellier

Marcato G. (1995), Donna e linguaggio. Un rapporto difficile? Introduzione, in Marcato Giovanna (ed.) Donna e Linguaggio, Convegno Internazionale di studi Sappada-Plodu, Cleup Padova 1995: 21- 49.

Von Bonkewitz T. (1995), "Lingua genere e sesso: sessismo nella grammaticografia e in libri scolastici della lingua italiana",
in Marcato Giovanna (ed.) Donna e Linguaggio, Convegno Internazionale di studi Sappada-Plodu, Cleup Padova 1995: 99-110.

Lepschy G. (1989) "Lingua e sessismo", in Nuovi saggi di linguistica italiana, Il Mulino, Bologna: 61-84.

Lepschy, G. (1987). "Sexism and the Italian language" In: The Italianist 7, pp. 158-169. "Lingua e sessismo" (1988) - versione italiana ampliata - In: L'Italia dialettale LI, pp. 7-37.

Piussi, Anna Maria (1987)
“Linguaggio e differenza femminile”, pp. 117-128, in Il filo di Arianna, Roma, Utopia.

Sabatini A. (1987), Il sessismo nella lingua italiana, Presidenza del Consiglio dei Ministri, Roma .

Violi, P. (
1986) L’infinito singolare. Considerazioni sulla differenza sessuale nel linguaggio. Verona, Essedue.

Attili, G.; Benigni, L. (1979). "Interazione sociale, ruolo sessuale e comportamento verbale: lo stile retorico naturale del linguaggio femminile nell'interazione faccia a faccia". In: atti del X congresso internazionale di studi SLI. Roma: Bulzoni.

Scafoglio, Domenico; Cianflone, Geppina (1977). "Le parole e il potere. L'ideologia del vocabolario italiano". Messina, Firenze: D'Anna.

Sbisà, M. (1976). "Speech acts e femminilità. Note sul linguaggio dei settimanali femminili". In: Problemi 47, pp. 260-283.

Irigaray L., Parlare non è mai neutro, Editori Riuniti, Roma, 1991 (titolo originale: Parler n’est jamais neutre, Les Editions de minuit, Paris, 1985).

Baranski Z.G.- Vinall S.W. (1987), "Sexism and italian language", in The Italianist, 7: 158-169.

Tamburello, M. (1980). "Sexism in the Italian language". Osnabrücker Beiträge zur Sprachtheorie15,pp.154-166.

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manuale:
Holmes & Meyerhoff (2003), The Handbook of Language and Gender, Wiley.


Giora, Rachel (2001) "Theorizing gender. Feminist awareness and language change", in AAVV, Gender in interaction. Perspectives on femininity and masculinity in ethnography and discourse, Amsterdam – Philadelphia: 329-347.

Irigaray, Luce (Ed) (1990). "Sexes et genrs à travers les langues". Paris: Grasset

Lakoff, Robin (1975) Language and Women’s Place, New York Hagerstown, San Francisco – London, Harper & Row.

McConnell Ginet S., "Language and gender" in F.J. Newmeyer, Linguistic: The Cambridge Survey, IV. Language: The Socio-cultural context, Cambridge University Press, (1988): 75-99.

Tannen, Deborah (1990) ”Gender differences in conversational coherence”, Discourse Processes 13: 73-90.

Tannen D. (1987), That’s Not What I Meant!, Ballantines, New York. (tr.it "Ma perchè non mi capisci?" 1998)

West, Candace Zimmermann, Don (1975) "Sex roles, interruptions and silences in conversation", pp. 105-123 in Thorne, B. e Henley (a cura di), Language and Sex: difference and dominance, Rowley, Massachusetts, Newbury House.

venerdì 17 aprile 2009

Indicazioni e note bibliografiche

Un approfondimento, segnalatoci da un lettore


Il sessimo nella lingua

di Clara MAVELLIA

I. Introduzione[1]

Nel 1970 Mary Key tiene all`Università di Irvine in California un seminario su "Lingua e sesso", molto probabilmente il primo su questo tema. Nel 1975 viene pubblicato il suo libro "Male/Female Language"[2]. Nello stesso anno esce l`importante opera di Robin Lakoff "Language and Woman`s Place"[3], la cui prima parte era già stata pubblicata nel 1973 dalla rivista Language in Society.

Quindi, nel corso degli anni settanta, negli Stati Uniti vengono elaborate e diffuse diverse indicazioni per un uso non sessista della lingua, adottate poi da molte case editrici, associazioni professionali e da autrici/autori di libri di testo per le scuole[4].

Le ricerche sul rapporto donna/linguaggio si sono estese in seguito in molti altri paesi (in Germania nel 1980 esce "Richtlinien zur Vermeidung von sexistischem Sprachgebrauch" di Guentherodt et al.; in Italia nel 1987 "Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua italiana" di Alma Sabatini) e trattano due aspetti pricipali:

1. La lingua parlata e scritta dalle donne (differenze fonologiche, lessicali, sintattiche, ecc.) e quella, verbale e non, delle interazioni (garbo, scelta del tema, interruzioni e così via).

2. La donna nella lingua, ossia il sessismo insito nel sistema linguistico ideato e usato dalla cultura patriarcale, da cui la donna è stata esclusa dalle origini fino a poco tempo fa (maschile generico, dissimmetrie morfologiche e semantiche; lemmi, locuzioni e figure spregiative, ecc.).

Si tratterà qui il secondo aspetto e si vedrà come la lingua, che pure è l'unica a disposizione di donne e uomini, sia sessuata in tutte le sue forme e contribuisca alla percezione della donna come inferiore all'uomo.

Per dimostrare quanto la tradizione dell'inferiorità femminile permei il nostro modo di pensare, si daranno anche alcuni esempi di discriminazione e spregio inconsapevole della donna tratti da opere di esperte ed esperti della lingua, ossia di linguiste e linguisti.

Come già accade nei paesi di lingua anglosassone, ci si augura che i contributi alla discussione anche nelle altre lingue superino il livello della confrontazione e della ridicolizzazione, rendendo possibile una collaborazione proficua dei generi biologici in questo ambito di ricerca[5].



la lettura prosegue al link:
http://www.australiadonna.on.net/italian/2009%20March/Mavellia.htm

venerdì 10 aprile 2009

Il genere tra le righe

Il genere tra le righe:
gli stereotipi nei testi e nei media

quaderno a cura di Laura Moschini

sul link allegato trovi il testo completo
http://www.womenews.net/spip3/spip.php?article3003

lunedì 8 dicembre 2008

Gender fair language

Nella cultura anglosassone sono molte le inizative e le proposte contro l'uso discriminatorio del linguaggio, ve ne porponiamo alcune che trovate ai seguenti link e che ci proponiamo di rivedere e tradurre per la lingua italiana:


http://www.rpi.edu/web/writingcenter/genderfair.html

martedì 2 dicembre 2008

Language, and the way it is used, is a major vehicle for the expression of prejudice and discrimination. It not only reflects and maintains any discriminatory values and practices in our society, but is often inaccurate and perpetuates false assumptions and stereotypes.


Il linguaggio e il modo in cui lo usiamo, è il principale mezzo di espressione del pregiudizio e della discriminazione. Non soltanto riflette e tiene in vita ogni pratica e valore discriminatorio della nostra società, ma è spesso impreciso e perpetua idee erronee e stereotipi.

lunedì 1 dicembre 2008

Vademecum (inglese)

Scarica un Vademecum per l'uso di un linguaggio non discriminatorio (documento in inglese)

venerdì 28 novembre 2008

Manuale Inglese su Genere e Linguaggio

Holmes, Janet and Miriam Meyerhoff (Eds). The Handbook of Language and Gender. Blackwell Publishing, 2004.

Book Cover
The Handbook of Language and Gender


The Handbook of Language and Gender
is a collection of articles written by a team of leading specialists in the field that examines the implications of gender ideologies for the ways we interact. The volume includes data and case-studies from interactions in a number of different social contexts and from a range of different communities, and theoretical discussions about the problems, pitfalls, and potential benefits of research on and discourses about gender.

This handbook provides a comprehensive, up-to-date, and stimulating picture of the field of language and gender for students and researchers in a wide range of disciplines, including linguistics, gender studies, communication, management, psychology, sociology, and anthropology.

Gender and Language

There are many journals focused on gender and many devoted to language. Most of these sometimes publish articles on language and gender. There is, however, currently no single scholarly journal to which those interested in gender and language can turn as contributors looking for an audience sharing their focus or as readers seeking a reliable source for on-going discussions in the field. Gender and Language fills the gap by offering an international forum for research on and debates about feminist research on gender and language.Gender and Language showcases research on femininities and masculinities, on heterosexual and queer identities, on gender at the level of individual performance or perception and on gender at the level of institutions and ideologies.

Ricci, S.

Comunicazione al Convegno: SILFI VI Convegno Internazionale Gerhard-Mercator-Universität Duisburg 28.06.-02.07.2000

Per una definizione del sessismo nella lingua italiana:
i nomi professionali in un corpus di parlato televisivo
Serena Ricci
co094
Perugia, Italia
serenapg@yahoo.it



Questo lavoro si pone all’interno di un ambito di ricerca che si è venuto a definire durante i movimenti femministi dell’America degli anni ‘60-’70. La nozione di “lingua sessista” o di “sessismo” prende piede proprio in questo periodo per indicare tutta quella serie di discriminazioni basate sulla variabile sesso.

La linguistica femminista rivendica la presenza di aspetti discriminanti nei confronti della donna nel sistema stesso della lingua: il sessismo quindi pervaderebbe la lingua nella sua interezza. Un concetto questo che si rifà, da un punto di vista linguistico, alla nota “ipotesi Sapir-Whorf”, secondo cui la lingua non solo manifesta, ma anche condiziona il nostro modo di pensare: essa incorpora una visione del mondo e ce la impone. Alla luce di questa premessa, la politica femminista ha assunto un vero e proprio atteggiamento di intervento nei confronti del linguaggio per modificarne i tratti più esplicitamente sessisti.

Lungo questa linea in Italia, seppur in modo più pacato, si è posta la ricerca di Alma Sabatini: uno studio sul linguaggio dei mass media e dell’editoria scolastica pubblicato nel 1987 dalla Presidenza del Consiglio in un volume dal titolo “Il sessismo nella lingua italiana”. L’ultima parte del volume è dedicata alle Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua italiana: una serie di suggerimenti diretti ad eliminare certi impedimenti linguistici che occultano la presenza della donna nella lingua, a dispetto di quanto avviene per gli uomini. E proprio a causa dell’atteggiamento prescrittivista assunto dall’autrice nei confronti della lingua italiana, la pubblicazione del lavoro della Sabatini è stata accompagnata da numerose critiche.

E’ in relazione a questo “andirivieni” di critiche e opinioni, il più delle volte non supportate da dati sperimentali, che nasce l’idea di verificare sulla base di dati empirici riguardanti il parlato televisivo, quanto di fatto sono presenti nella lingua italiana gli effetti di più o meno esplicite impostazioni sessiste, considerando con particolare attenzione le raccomandazioni della Sabatini che a tutt’oggi rimane, comunque, l’unico studio d’impronta sperimentale che affronta il problema del sessismo nell’italiano.

Per la mia analisi mi sono avvalsa di un corpus abbastanza esteso di dati di prima mano, registrati dal parlato televisivo, in particolare dai telegiornali e dai talk show, nell’arco di due mesi: un corpus sincronicamente organizzato di settimana in settimana con un totale di 252 ore, registrate su 42 videocassette, opportunamente titolate, numerate e classificate in base al contenuto. Le scelte che mi hanno portato alla formazione di questo corpus piuttosto variegato sono state dettate dal proposito di esaminare l’italiano parlato nelle sue diverse accezioni e modalità: ho considerato telegiornali di reti private e pubbliche, locali e nazionali, di durata standard (30 minuti) e non-standard (15 minuti), rivolti ad un pubblico di adulti e di ragazzi, con un solo speaker in studio (uomo o donna) o due speaker (uomo e donna); ugualmente per i talk show ho scelto tra la produzione di reti pubbliche e private, programmi di attualità e di varietà.

Il corpus è stato quindi memorizzato esplicitando diverse componenti: citazione, contesto, fonte, speaker, sesso dello speaker.

Sulla base poi di teorie, quali il concetto di “norma” di Coseriu, la nozione di “marcatezza” e alcuni riferimenti all’approccio tipologico di Corbett in merito alla categoria del genere, ho tentato di interpretare, o meglio di “leggere”, talune realizzazioni sessiste della lingua italiana.

Tra gli aspetti definiti sessisti dalla linguistica femminista, quello maggiormente incriminato è l’uso dei nomi professionali (titoli, agentivi, ecc.) designanti persone di sesso femminile. Le diverse realizzazioni di tali nomi a seconda del contesto extralinguistico, mi hanno maggiormente incuriosito, tanto da indurmi a considerare un panorama piuttosto ampio e variegato delle scelte lessicali attuate dai parlanti in merito a questo ambito. Ho esaminato in prima istanza tutti quei nomi che nell’uso non presentano oscillazioni di sorta e ho osservato che questi per lo più designano ruoli o prototipicamente femminili (“termini a senso unico” come levatrice, meretrice, ma anche termini come segretaria, nel senso di ‘segretario di un avvocato, commercialista’, ma non per designare colei che ricopre l’incarico di ‘segretario di Stato’ usato sempre al maschile) o ruoli in cui la presenza della donna si è da tempo stabilizzata (operaia, oppure formazioni in -essa, rifiutate dalla Sabatini, come dottoressa, studentessa, professoressa e vigilessa di più recente formazione).

Questi si pongono in opposizione con i nomi che di fronte a referente donna non presentano normalmente forme al femminile se non in contesti ironici, e questo succede per lo più per le designazioni di cariche politiche (assessore, ministro, ecc.). Questi termini sono spesso preferiti proprio dalle donne che ricoprono tali cariche.

Mi sono infine occupata di quei nomi che presentano oscillazioni a seconda dei contesti, tra questi, formazioni analitiche con il determinatore donna (es. donna arbitro). Soluzione questa che appare come transitoria e significativa di una realtà in movimento. Interessante a questi fini è stato l’esame del termine presidente che mentre presenta la forma femminile (la presidente o presidentessa, donna presidente a seconda dei casi) per designare la donna a capo di associazioni e simili, appare pressoché nella forma maschile in riferimento alla persona di sesso femminile che ricopre l’incarico istituzionale. Tra i tanti esempi mi hanno incuriosito i casi di “errore”, situazioni cioè dove si rilevano chiaramente incertezze, esitazioni da parte del parlante in merito all’uso di una determinata forma per designare un soggetto femminile. Ricordiamo per esempio il caso curioso di ... la donna meccanica meccanico... oppure ... tu hai detto adesso pilota pilote donne... pilotesse... ...pilotesse?!...pilote ...sono sicuro che ci sono due donne pilota... .

In conclusione si può dire che la mancanza a volte di una forma femminile “simmetrica” a quella maschile nel caso dei nomi di professione è da riconoscere come un “fatto d’uso” e non di “sistema”. Di fronte a termini morfologicamente vicini ma corrispondenti nel sociale a una netta diversità di ruoli si identificano differenti comportamenti, da qui la rilevanza più che di aspetti formali di una concezione prototipica della realtà e quindi della conoscenza linguistica.

giovedì 27 novembre 2008

Against the Theory of 'sexist language'

Le posizioni delle studiose e degli studiosi sul 'sessismo nel linguaggio' non sono univoche. Presentiamo di seguito un'argomentazione a sostegno della tesi secondo la quale l'uso di una grammatica che contempli le differenze di genere non si correla direttamente ad una società sessista e viceversa, per cui, secondo l'autrice, la battaglia per modificare l'uso della lingua non avrebbe riflessi sul pensiero delle persone nè tantomeno sugli usi delle società che ne venissero coinvolte.


Against the Theory
of "Sexist Language"


The word "sex" -- clearly evocative of an unequivocal demarcation between men and women -- has been replaced by the pale and neutral "gender," and the words "man" and "he" -- now avoided as if they were worse than obscenities -- have been replaced by the neuter "person" and by grammatically confusing, cumbersome, or offensive variants of "he/she" or "she" alone as the pronoun of general reference.

Since it was never even remotely in doubt that when used as a general referent, the male pronoun included females, this change was never designed to prevent confusion. The change has, on the contrary, often created confusion. Its purpose is solely ideological.

F. Carolyn Graglia, Domestic Tranquility, A Brief Against Feminism, Spence Publishing Company, Dallas, 1998, p.154

I, for one, want to be free to refer to "the brotherhood of man" without being corrected by the language police. I want to decide for myself whether I should be called a chairman, a chairwoman, or a chairperson (I am not a chair). I want to see My Fair Lady and laugh when Professor Higgins sings, "Why can't a woman be more like a man?" As a writer, I want to know that I am free to use the words and images of my choosing.

Diane Ravitch, The Language Police, Alfred A. Knopf, 2003, p.169


It is common today in public discussion, whether the context is academic, political, or even legal, to take it for granted that using the word "man," in isolation or as a suffix, to refer to all of humanity, or using the pronoun "he" where any person, male or female, may be referred to, is to engage in "sexist language," i.e. language that embodies, affirms, or reinforces discrimination against women or the patriarchal subordination of women to men. Thus the American Philosophical Association offers "Guidelines for Non-Sexist Use of Language," which it says is, "A pamphlet outlining ways to modify language in order to eliminate gender-specific references" -- as though that is an unproblematic, rather than an Orwellian, goal. Not everyone agrees with this view, and "he" and "man" often seem to creep inappropriately into the speech of even those who consider themselves above such transgressions; but the ideology that there is "sexist language" in ordinary words and in the ordinary use of English gender rarely comes under sustained criticism, even in the intellectual arenas where all things are supposed to be open to free inquiry. Instead, the inquiry is usually strongly inhibited by quick charges of "sexism" and by the other intimidating tactics of political correctness.

Such defensiveness accompanies the widely held conviction that the theory of "sexist language" and the program to institute "gender neutral" language are absolutely fundamental to the social and political project of feminism. The theory of "sexist language," however, is no credit to feminism, for it is deeply flawed both in its understanding of the nature of language and in its understanding of how languages change over time. Since the ideology that there is "sexist language" seeks, indeed, to change linguistic usage as part of the attempt to change society and forms of thought, the latter is particularly significant.

First of all, the theory of "sexist language" seems to say that words cannot have more than one meaning: if "man" and "he" in some usage mean males, then they cannot mean both males and females in other usage (i.e. nouns and pronouns can have both masculine and common gender). This view is absurd enough that there is usually a more subtle take on it: that the use of "man" or "he" to refer to males and to both males and females means that maleness is more fundamental than femaleness, "subordinating" femaleness to maleness, just as in the Book of Genesis the first woman, Eve, is created from Adam's rib for the purpose of being his companion. Now, the implication of the Biblical story may well be precisely that Adam is more fundamental than Eve, but the Bible did not create the language, Hebrew, in which it is written. If we are going to talk about the linguistic structure of Hebrew as distinct from the social ideology of the Bible, it is one thing to argue that the system of grammatical gender allowed the interpretation of gender embodied in the story of Adam and Eve and something very much different to argue that such an interpretive meaning necessarily underlies the original grammar of Hebrew -- or Akkadian, Arabic, Greek, French, Spanish, English, Swahili, etc. -- or that such a system of grammatical gender requires such an interpretation.

What a language with its gender system means is what people use it to mean. It is an evil principle to think that we can tell other people what they mean by what they say, because of some theory we have that makes it mean something in particular to us, even when they obviously mean something else. Nevertheless, there is now a common principle, in feminism and elsewhere (especially flourishing in literary criticism), that meaning is only in the response of the interpreter, not in the mind of the speaker, even if the speaker is to be sued or charged with a crime for the interpreter having the response that they do. There is also on top of this the Marxist theory of "false consciousness," which holds that "true" meaning follows from the underlying economic structure, today usually just called the "power" relationships. Most people are unaware of the power relationships which produce the concepts and language that they use, and so what people think they mean by their own statements and language is an illusion.

The implications of these principles are dehumanizing and totalitarian: what individual people think and want is irrelevant and to be disregarded, even by laws and political authorities forcing them to behave, and speak, in certain ways. But they are principles that make it possible to dismiss the common sense view that few people speaking English who said "man" in statements like "man is a rational animal" were referring exclusively to males, even though this usage was clear to all, from the context, for centuries before feminism decided that people didn't "really" mean that. But even if some speakers really did mean that, it is actually irrelevant to the freedom of individuals to mean whatever they intend to mean through language in the conventionally available forms that they choose. What was meant by the gender system in the languages that ultimately gave rise to Hebrew is lost in whatever it was that the speakers of those languages were saying to each other; but what we can say about the functioning of gender systems and about language in general is very different from the claims that the theory of "sexist language" makes.

Historically, if a language possesses a gender system and distinguishes between "he" and "she," then one or the other will also tend to be the common gender for when both genders are involved. In English, and most other languages with gender, that falls to "he," and the feminist argument is that this reflects patriarchal dominance and so sexism -- a hierarchy in which the masculine is more fundamental. That may even be true in many cultural contexts; but interpretation is separate from the grammatical structure, and the structure allows for interpretation that cuts both ways. Logically, English "he" stands to "she" as "number" stands to "prime." Number, in a sense, is more "fundamental" than primeness, just because it is more general; but prime numbers are certainly no less numbers than any other numbers. Prime numbers are simply marked with a certain property that other numbers do not have. Calling prime numbers "prime" represents the traditional sense that the distinguishing property of prime numbers -- that they cannot be evenly divided by any numbers besides one and themselves -- is particularly striking and salient.

If "she" is logically subsumed under a more general "he," it may then be because the female was regarded as more "marked" than the male. Feminists sometimes notice this, to their irritation, especially in the structures of the words "female" and "woman" as compared to "male" and "man": each simply adds a syllable. Similarly, Afro-Asiatic (or Hamito-Semitic) languages from Ancient Egyptian and Hebrew to Modern Arabic have added the syllable -at as the mark of feminine nouns (where the t is usually silent and the a often later pronounced as e or i). More subtly, French may represent the same thing through the quality of the vowel in the definite articles: The feminine singular article, la, contains a full and pure vowel, /la/, while the masculine article, le, actually contains a reduced vowel, the indistinct and indefinite "schwa" sound. The full feminine vowel can easily be interepreted as more "marked" than the reduced masculine schwa.

We see a similar phenomenon in Chinese. The Chinese expressions for "Queen," , and "Empress," , simply use the characters for "King," , and "Emperor, , and add the character for "woman/female," . Likewise, one of the expressions for "daughter," , adds "woman" to a character that, in isolation, can mean "son." There are separate characters for "elder brother," , and "elder sister," , "younger brother," , and "younger sister," . However, one sees that both the "sister" characters incorporate "woman" within them. Most strikingly, "older brother" and "younger brother" both become "older sister" and "younger sister" -- -- simply by prefixing the character for "woman." Thus, Chinese, which entirely lacks grammatical gender, reproduces the markedness of the female by semantic or morphemic additions.

Such superadded distinctness, properties, or syllables, of course, could represent something either positive or negative -- femaleness could be either more valuable or less valuable than humanity in general. Or the property could be just salient and distinguishing, without being relatively more or less valuable. Feminists argue in effect that the feminine as the more "marked" gender is the less human gender. This is ridiculous, like arguing that prime numbers are less "numerical" than other numbers. It actually means that the gender system of English is just as amenable to a feminist interpretation that it reflects a primaeval matriarchy as it is to the interpretation of Old Testament patriarchy, with the feminine, like prime numbers, as the more significant, rather than the more common, gender. Since the gender systems of Indo-European and Afro-Asiatic languages certainly go back to the prehistoric periods where speculation about matriarchies proliferates, it is surprising that such an alternative interpretation has not been advanced by such theorists.

The actual positive markedness of the feminine gender could be argued on the basis of the gender systems of Greek and Latin, which display a general characteristic of complete Indo-European gender systems: the most common regular nouns display endings that are mostly identical for the masculine and neuter genders (-o- themes in Greek, like ho oîkos, "the house," masculine, and tò biblíon, "the book," neuter) but quite different for the feminine (-e- themes in Greek, like hee epistoleé, "the letter"). We might interpret this to mean that things with masculine gender are the most like inanimate objects, while things with feminine gender are unmistakably different from inanimate objects. This could mean that the feminine is more markedly human than the masculine. The similarity between the endings of masculine and neuter nouns still occurs in German. On the other hand, other noun endings in Greek and Latin (consonant stems, etc.) do group masculine and feminine together, contrasting them with the neuter, so there is also obviously a sense that both masculine and feminine actually are animate or human.

A gender system that distinguishes femaleness as having a salient property, whether positive, negative, or neither, might still be regarded as a kind of sexism, whichever way the property goes; but it is a rather different matter from the usual feminist complaint about the patriarchal conception that we find all the way from Genesis to Aristotle to Freud: that the male is more "marked" and valuable because of the presence of a phallus, while the female is less "marked" and valuable, indeed envious, because of the absence of a phallus. It looks to be essential to the feminist theory of "sexist language" that a gender system where the masculine gender doubles as the common gender causes or reinforces "phallocentrism" and a patriarchal society. The feminine as merely the more "marked" gender, however, makes that unlikely.

But all this as a theory can actually be tested: We would expect that if linguistic gender were a correlate of social form, an engine for the enforcement of patriarchy or a reflection of the existence of patriarchy, then we would find it present in sexist or patriarchal societies and absent in non-sexist or non-patriarchal societies. In fact, the presence of gender in language bears no relation whatsoever to the nature of the corresponding societies. The best historically conspicuous example is Persian.

Old Persian, like Greek, Latin, and Sanskrit, had the original Indo-European genders of masculine, feminine, and neuter. By Middle Persian all gender had disappeared. This was not the result of Persian feminist criticism, nor was it the result of the evolution of an equal opportunity society for women. It just happened -- as most kinds of linguistic change do. Modern Persian is a language completely without gender. There are not even different words for "he" and "she," just the unisex un. (There are not even different titles for married and unmarried women: Persian khânum can be translated as "Ms.") Nevertheless, after some progress under Western influence, the Revolutionary Iran of the Ayatollah Khomeini retreated from the modern world into a vigorous reëstablishment of mediaevalism, putting everyone, especially women, back into their traditional places. So the advice could be: If someone wants "non-sexist language," move to Iran. But that probably would not be quite what they have in mind.

Why didn't the "gender free" Persian language create a feminist utopia? This goes to show us that gender in language is completely irrelevant to the sexual openness of society. And one of the greatest ironies for us is that a feminist attempt to produce a gender free "non-sexist language" in English could only be contemplated in the first place because grammatical gender has already all but disappeared from English. Feminist complaints must focus on the meaning of words like "man," even though words can mean anything by convention, because the pronouns "he," "she", and "it" are all that remain grammatically of the three Indo-European genders. Getting gender to disappear in German or French or Spanish (etc.), on the other hand, would be a hopeless project without completely altering the structure of the languages [note]. Occasionally feminists say that they are personally offended by people referring to ships or aircraft as "she"; and manuals of "non-sexist" language usually require that inanimate objects be "it" without exception. Good luck in French. Since every noun is either masculine or feminine, not only would this feature have to be abolished, but an entirely new gender, the neuter, presumably with new pronouns, would have to be created. Then there would have to be decisions about words like livre, which is differentiated into two words by gender alone: le livre is "book," from Latin liber, while la livre is "pound," from Latin libra. French doesn't even have English's happy refuge from inclusive "he" in "they," since you still have to decide in the third person plural between ils and elles. Only on ("one") allows for a gender free (or common gender) pronoun, just as "one" does in English.

It is now hard for people to quote Aristotle's famous dictum, "Man is a rational animal," without gratuitously adding that this is a "sexist" remark because, presumably, Aristotle didn't say "human beings" (e.g. p.109 of the otherwise good Against Relativism, by James E. Harris [Open Court, 1992]). This goes to show the silliness of this whole kind of exercise and the willful know-nothing-ism of many writers when it comes to linguistic history. Even if we think that English "man" is "sexist," Aristotle was, of course, not speaking English. And in contrast with English, Greek and Latin both "mark" the male as well as the female in their vocabulary: anér in Greek and vir in Latin both mean "man=male"; gyné in Greek and femina in Latin both mean "woman"; and ánthrôpos in Greek and homo in Latin both mean "man=person." Aristotle said "ánthrôpos," not "anér; and Classics scholars are usually happy to point out the inclusiveness of the former term. Curiously, Old English made distinctions like Greek and Latin. "Man=male" was wer (cognate of Latin vir and Irish fear, preserved in "werewolf"), while "woman" was wif (preserved as "wife" and in "fishwife" and "midwife" -- "woman" itself is from wifman). Old English man was "one," "someone," or "man=person" (a usage preserved in German man, "one," "they," "people," "we," "you," "a person," "someone," etc.). However, ánthrôpos, homo, and man are all in the masculine gender. Since Greek and Latin are languages where every noun has gender, like French, Hebrew, etc., there is actually no grammatically "gender neutral" expression possible, as there is in Modern English. So was Aristotle sexist after all? If so, then we are still using a sexist expression in "human beings" because "human" is from homo, which had masculine gender to start with.

I often notice this kind of tangle over languages with much more complete gender systems than English since the politically correct term for people of Hispanic derivation or identity these days is "Latino," which is of the masculine grammatical gender but of course embraces both men and women. The feminine term "Latina" is never used unless only women are referred to. That sounds like it should make for a cause célèbre in the non-sexist language world, but of course no feminist would want to be labeled ethnocentric or culturally imperialist by applying their critique of English to Spanish. And then, unlike French, where gender specific word endings have been lost, Spanish still has a lot of nouns whose gender can be predicted from this o/a alternation of endings. A non-sexist Spanish presumably would have to pick some other vowel, or none, to replace these fossil Latin endings. And while some activists seem to have lately begun using the expression "Latino/Latina" more carefully, they are unlikely to be amenable to "reforming" the morphology of Spanish so that it would be as gender free as, of all things, English.

To reform a natural language like that, we would have to set up some political authority to decide what changes to make and then spend many decades coercing people into following the preferred forms: all to produce something that often happens spontaneously anyway, has progressed almost completely to the loss of gender in English already, and never in the past with the slightest effect on the structure of society. So why bother with all the grief and recriminations of trying to impose a feminist New Speak? But perhaps that is the point. All the grief gives ideologues something else with which to browbeat people and a completely phony issue through which to claim political authority over how people speak, in all innocence and good will, in natural languages. It can even translate into the introduction of virtual political commissars, often with punitive powers, into schools, workplaces, churches, etc. to monitor incorrect speech. And that is the kind of power that ideologues like.

But the conceptual error underlying this kind of thing didn't originate with feminism; it is the heritage of once popular but now discreditable theories about the nature of language -- that how we talk determines how we think (to paraphrase something the semanticist S.I. Hayakawa actually said -- a kind of linguistic behaviorism) and that the structure of language creates the structure of the world (promoted by the philosopher Wittgenstein and his recent followers). If we talk with grammatical gender, so this goes, then this determines not only that we think in exactly the same way but that the grammatical structure is projected into the world.

In fact, as the counterexamples indicate, such linguistic structures as gender determine little about thought and nothing about the world. Grammar is usually just grammar, nothing else. It is used to express meaning -- it does not determine meaning. But the most significant assumption and the greatest hybris in the theory of "sexist language" is just that language and linguistic change are controllable, and so can be controlled by us, if we wish to. But language is not anything that can be planned or controlled. Languages grow and change spontaneously. The kind of theory that properly can describe the development of language is one that credits events with the capacity for developing spontaneous natural order. Theorists of such order range from the great naturalist Charles Darwin, to the great economist F.A. Hayek, and to the great philosopher Karl Popper.

Those who traditionally have wanted to control linguistic usage for one reason or another, and who believe that it can be controlled, are always ultimately frustrated. Literary or sacred languages can preserve ancient or elevated usages -- as with ancient Hebrew, Greek, Latin, Arabic, Sanskrit, Chinese, etc. -- but real spoken language goes off on its own merry way, exuberantly evolving new meanings, words, usages, and even new languages, always to the chagrin of the priests, scholars, and traditionalists. Nobody ever plans that. As feminism has wanted to control, mainly to abolish, the use of gender, it thus puts itself into the pinched shoes of the traditional grammatical martinet -- leaving us with the image of a fussy schoolmarm swatting knuckles with a ruler rather than of the heroic revolutionary woman leading the way to a better future.

In the end, gender, in any language, is just an expression of the affinity of our understanding for logical divisons and hierarchies; and since logical divisions and hierarchies are essential to thought, the principle of eradicating gender (or "hierarchy") is absurd. Even if the feminine gender is usually more "marked" than the masculine, this can really mean anything, depending, indeed, on what we intend to mean. Instead of gender systems compelling patriarchy or, obviously, matriarchy, the whole idea of sexual equality was conceived in languages (English, French, German) with strong or remnant gender structures, while other languages with gender structures (Sanskrit, Arabic, Swahili) or without (Persian, Chinese, Malay) produced nothing of the sort. Serious intellectual dispute on any issue always must focus on what the speaker means by what is said, not on theories about how it is said compels certain unintended meanings, especially when such theories are clearly mere features of certain political and ideological systems of interpretation.

martedì 4 novembre 2008

Language and Sexism

 Language and Sexism,
Mills 2008, Cambridge University Press




>
> The issue of sexist language has been hotly debated within feminist circles
> since the 1960s. Previous books have tended to regard sexism in language as
> easy to identify and have suggested solutions to overcome and counter
> sexism. Sara Mills takes a fresh and more critical look at sexism in
> language, and argues that even in feminist circles it has become a
> problematic concept. Drawing on conversational and textual data collected
> over the last ten years, and with reference to recent research carried out
> in a range of different academic disciplines, Mills suggests that there are
> two forms of sexism - overt and indirect. Overt sexism is clear and
> unambiguous, while indirect sexism is based on pragmatics and the meaning
> and interpretation of utterances. Indirect sexism is extremely common and
> we therefore need new ways to challenge and analyse its usage in language.
>
> 1. Introduction;
> 2. Overt sexism;
> 3. Language reform;
> 4. `Political correctness';
> 5. Indirect sexism;
> 6. Conclusions.

sabato 18 ottobre 2008

Alma Sabatini, Il sessismo nella lingua italiana

Alma Sabatini, Il sessismo nella lingua italiana, Ist. Pol. Zecca dello Stato, Roma 1987