venerdì 28 novembre 2008

Ricci, S.

Comunicazione al Convegno: SILFI VI Convegno Internazionale Gerhard-Mercator-Universität Duisburg 28.06.-02.07.2000

Per una definizione del sessismo nella lingua italiana:
i nomi professionali in un corpus di parlato televisivo
Serena Ricci
co094
Perugia, Italia
serenapg@yahoo.it



Questo lavoro si pone all’interno di un ambito di ricerca che si è venuto a definire durante i movimenti femministi dell’America degli anni ‘60-’70. La nozione di “lingua sessista” o di “sessismo” prende piede proprio in questo periodo per indicare tutta quella serie di discriminazioni basate sulla variabile sesso.

La linguistica femminista rivendica la presenza di aspetti discriminanti nei confronti della donna nel sistema stesso della lingua: il sessismo quindi pervaderebbe la lingua nella sua interezza. Un concetto questo che si rifà, da un punto di vista linguistico, alla nota “ipotesi Sapir-Whorf”, secondo cui la lingua non solo manifesta, ma anche condiziona il nostro modo di pensare: essa incorpora una visione del mondo e ce la impone. Alla luce di questa premessa, la politica femminista ha assunto un vero e proprio atteggiamento di intervento nei confronti del linguaggio per modificarne i tratti più esplicitamente sessisti.

Lungo questa linea in Italia, seppur in modo più pacato, si è posta la ricerca di Alma Sabatini: uno studio sul linguaggio dei mass media e dell’editoria scolastica pubblicato nel 1987 dalla Presidenza del Consiglio in un volume dal titolo “Il sessismo nella lingua italiana”. L’ultima parte del volume è dedicata alle Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua italiana: una serie di suggerimenti diretti ad eliminare certi impedimenti linguistici che occultano la presenza della donna nella lingua, a dispetto di quanto avviene per gli uomini. E proprio a causa dell’atteggiamento prescrittivista assunto dall’autrice nei confronti della lingua italiana, la pubblicazione del lavoro della Sabatini è stata accompagnata da numerose critiche.

E’ in relazione a questo “andirivieni” di critiche e opinioni, il più delle volte non supportate da dati sperimentali, che nasce l’idea di verificare sulla base di dati empirici riguardanti il parlato televisivo, quanto di fatto sono presenti nella lingua italiana gli effetti di più o meno esplicite impostazioni sessiste, considerando con particolare attenzione le raccomandazioni della Sabatini che a tutt’oggi rimane, comunque, l’unico studio d’impronta sperimentale che affronta il problema del sessismo nell’italiano.

Per la mia analisi mi sono avvalsa di un corpus abbastanza esteso di dati di prima mano, registrati dal parlato televisivo, in particolare dai telegiornali e dai talk show, nell’arco di due mesi: un corpus sincronicamente organizzato di settimana in settimana con un totale di 252 ore, registrate su 42 videocassette, opportunamente titolate, numerate e classificate in base al contenuto. Le scelte che mi hanno portato alla formazione di questo corpus piuttosto variegato sono state dettate dal proposito di esaminare l’italiano parlato nelle sue diverse accezioni e modalità: ho considerato telegiornali di reti private e pubbliche, locali e nazionali, di durata standard (30 minuti) e non-standard (15 minuti), rivolti ad un pubblico di adulti e di ragazzi, con un solo speaker in studio (uomo o donna) o due speaker (uomo e donna); ugualmente per i talk show ho scelto tra la produzione di reti pubbliche e private, programmi di attualità e di varietà.

Il corpus è stato quindi memorizzato esplicitando diverse componenti: citazione, contesto, fonte, speaker, sesso dello speaker.

Sulla base poi di teorie, quali il concetto di “norma” di Coseriu, la nozione di “marcatezza” e alcuni riferimenti all’approccio tipologico di Corbett in merito alla categoria del genere, ho tentato di interpretare, o meglio di “leggere”, talune realizzazioni sessiste della lingua italiana.

Tra gli aspetti definiti sessisti dalla linguistica femminista, quello maggiormente incriminato è l’uso dei nomi professionali (titoli, agentivi, ecc.) designanti persone di sesso femminile. Le diverse realizzazioni di tali nomi a seconda del contesto extralinguistico, mi hanno maggiormente incuriosito, tanto da indurmi a considerare un panorama piuttosto ampio e variegato delle scelte lessicali attuate dai parlanti in merito a questo ambito. Ho esaminato in prima istanza tutti quei nomi che nell’uso non presentano oscillazioni di sorta e ho osservato che questi per lo più designano ruoli o prototipicamente femminili (“termini a senso unico” come levatrice, meretrice, ma anche termini come segretaria, nel senso di ‘segretario di un avvocato, commercialista’, ma non per designare colei che ricopre l’incarico di ‘segretario di Stato’ usato sempre al maschile) o ruoli in cui la presenza della donna si è da tempo stabilizzata (operaia, oppure formazioni in -essa, rifiutate dalla Sabatini, come dottoressa, studentessa, professoressa e vigilessa di più recente formazione).

Questi si pongono in opposizione con i nomi che di fronte a referente donna non presentano normalmente forme al femminile se non in contesti ironici, e questo succede per lo più per le designazioni di cariche politiche (assessore, ministro, ecc.). Questi termini sono spesso preferiti proprio dalle donne che ricoprono tali cariche.

Mi sono infine occupata di quei nomi che presentano oscillazioni a seconda dei contesti, tra questi, formazioni analitiche con il determinatore donna (es. donna arbitro). Soluzione questa che appare come transitoria e significativa di una realtà in movimento. Interessante a questi fini è stato l’esame del termine presidente che mentre presenta la forma femminile (la presidente o presidentessa, donna presidente a seconda dei casi) per designare la donna a capo di associazioni e simili, appare pressoché nella forma maschile in riferimento alla persona di sesso femminile che ricopre l’incarico istituzionale. Tra i tanti esempi mi hanno incuriosito i casi di “errore”, situazioni cioè dove si rilevano chiaramente incertezze, esitazioni da parte del parlante in merito all’uso di una determinata forma per designare un soggetto femminile. Ricordiamo per esempio il caso curioso di ... la donna meccanica meccanico... oppure ... tu hai detto adesso pilota pilote donne... pilotesse... ...pilotesse?!...pilote ...sono sicuro che ci sono due donne pilota... .

In conclusione si può dire che la mancanza a volte di una forma femminile “simmetrica” a quella maschile nel caso dei nomi di professione è da riconoscere come un “fatto d’uso” e non di “sistema”. Di fronte a termini morfologicamente vicini ma corrispondenti nel sociale a una netta diversità di ruoli si identificano differenti comportamenti, da qui la rilevanza più che di aspetti formali di una concezione prototipica della realtà e quindi della conoscenza linguistica.

1 commento:

  1. Io questa storia del suffisso -essa offensivo non l'ho mai capita. Qualcuno (seriamente, non è una provocazione) potrebbe spiegarmi dove starebbe il marchio di connotazione negativa, da un punto di vista strettamente linguistico. Io ho sempre sentito come più rozze e a volte più parodistiche, le forme in -a di mestieri tradizionalmente maschili. Vero è che nelle lingue iberiche il tipo "dottore/dottora" è norma pacifica. Ma se io chiamassi il mio medico "dottora" credete che non lo prenderebbe come una presa in giro?

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