lunedì 9 marzo 2009

linguaggio e genere

Pubblichiamo un interessante articolo tratto dalla rivista interattiva "manidistrega".
http://www.manidistrega.it/tx/consigli_parliamodi.asp?id=109

Articolo tratto 05/07/2004
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COSTUMI E SOCIETA
LINGUAGGIO E GENERE: un incontro con Cecilia Robustelli

di Antonella De Vito

Vi confesso che ho sempre avuto una specie di blocco nell’usare il linguaggio adeguandolo al suo giusto genere. Insomma, quando parlo di una donna devo dire ministra? Assessora? Beh, anche il computer è in parte maschilista, mi ha passato ministra, ma mi ha sottolineato in rosso assessora.
Illuminante, ed anche incoraggiante è stato assistere all’incontro con la professoressa Cecilia Robustelli, docente associata all’università di Modena e Reggio Emilia, organizzato dalle Pari Opportunità del Comune di Pisa.
Sono arrivata all’incontro un po’ titubante, sapevo che Cecilia è un’importante linguista e ne ero un po’ intimorita; fra le altre cose l’argomento non era proprio fra i più facili ed anche lo stesso titolo ‘Linguaggio e genere’ poteva spaventare.
Fortunatamente le mie preoccupazioni erano errate, la grande disponibilità di Cecilia Robustelli e le sue capacità espositive hanno saputo tradurre in termini comprensibili argomenti non proprio alla portata di tutti.
Avrei voglia di saltare subito alle conclusioni o meglio ai consigli che Cecilia ci ha lasciato, perché sono quelli che mi hanno entusiasmata, ma mi sembra giusto soffermarmi un po’ a riflettere su cosa sia la lingua e su come viene usata.
Cecilia ci ha spiegato che per linguaggio si intende la lingua nella sua dimensione pratica, opposta alla sua funzione di sistema con le sue regole grammaticali. Mentre quando parliamo di genere le cose si complicano un po’ perché dobbiamo distinguere fra tre generi: il genere grammaticale che è un mezzo di classificazione dei nomi che non tutte le lingue hanno, quella italiana ha il genere maschile e femminile, si tratta naturalmente di una convenzione e non ha nessuna relazione con l’estero. C’è poi il genere sessuale, rivolto alle cose animate, l’italiano tende ad associare al maschile connotati del maschile sessuale e al femminile connotati del femminile sessuale, anche se naturalmente l’abbinamento non è sempre perfetto ed esistono delle eccezioni. Infine, abbiamo il genere socioculturale che rappresenta l’insieme di fattori e di caratteristiche che si accompagnano all’idea del maschile e del femminile.
Il linguaggio non sta seguendo i tempi moderni, che vedono un’ascesa delle donne nella vita sociale e politica, la nostra lingua mantiene un atteggiamento sessista, sembra essere fatta solo per i maschi. Cecilia ci fa alcuni esempi, inducendo la nostra attenzione a soffermarsi su frasi che usiamo tutti i giorno, spesso inconsapevolmente: ad esempio, il plurale spesso oscura il genere femminile, se dico “siamo tutti qui”, parlo al maschile di un gruppo anche se è composto dai entrambe i sessi. Oppure ci sono dei vuoti semantici molto indicativi, sapete, infatti, trovarmi il maschile di prostituta, concubina o puttana?
Insomma, l’argomento non è di quello destinato a rimanere nella pura teoria o nelle biblioteche dei pochi intellettuali, dietro l’uso del genere nel linguaggio c’è una motivazione socioculturale, con dei precisi modelli ai quali siamo rimandati immediatamente quando usiamo una ‘o’ al posto di una ‘a’.
Il linguaggio riesce a veicolare le immagini più di quanto possiamo pensare. Basta soffermarci sulle nostre parole, per accorgersi quanto troppo spesso cadiamo in trappola, descrivendo situazioni maschili che ignorano la presenza femminile.
Bene, siamo arrivati al cosa fare. Intanto noi donne dobbiamo in prima persone prendere coscienza di queste situazioni, molte si rifiutano di modificare le parole perché sostengono che ‘non suona bene’. Sono perfettamente d’accordo con Cecilia, quando afferma che non sia una giustificazione sufficiente, dietro l’uso del linguaggio non c’è una semplice questione di gusto fonico, al quale peraltro ci si abitua velocemente, ma una vera e propria questione socio politica e culturale. Purtroppo la strada è ancora lunga, tutti conosciamo la ministra Stefania Prestigiacomo che vuole essere chiamata ministro oppure Sandra Bonsanti, l’ex direttrice del Tirreno di Livorno, fra le poche donne alla direzione di un giornale, che assolutamente voleva essere chiamata ‘il direttore’. Dunque la strada della presa di coscienza è ancora lunga, ma iniziare ad usare parole al femminile, con l’autorizzazione dei linguisti, come abbiamo avuto, può aiutare a modificare la situazione.
Cecilia quindi ci consiglia di lasciare oscillare la lingua ed usare il più possibile queste forme (ministra, assessora ecc). Necessario poi togliere gli articoli, ad esempio non dire la Giorgia, la Cecilia, ma Giorgia, Cecilia. Altra cosa importante, smettiamo di usare ‘i diritti degli uomini’, e le donne? Non hanno diritti? Un “i diritti della persona o dei popoli” suona molto meglio.
Un po’ di dibattito in passato c’è stato con le forme che finivano in –essa, considerate dispregiative perché venivano usate per indicare le mogli di qualcuno, ad esempio, principessa, contessa, ma Cecilia ci consiglia di usarle senza farci tanti problemi, in fondo sono forme che sono già entrate nel linguaggio, almeno queste sfruttiamole!
Quindi via libera alla professoressa, alla avvocatessa (ma va bene anche avvocata).
La conferenza tenuta da Cecilia è stata illuminante, importante per l’uso della lingua quotidiana, ma ancora di più per chi, come me,vive scrivendo.

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